New York City – La dittatura del verticalismo

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Battery Park City Esplanade

New York City, 16 dicembre 2013. È così normale che se pensassi a quante energie ho impiegato a crederlo impossibile, probabilmente mi convincerei di essere stato un’altra persona. Poi mi chiederei: qual è quella vera? Entrambe, forse anche una terza e una quarta. In realtà non è stato facile. A parte il bagaglio reale, ce n’è uno mentale, emotivo, che non può essere lasciato indietro. Il suo contenuto riemerge sempre, specialmente quando lo si reputa estinto. Farebbe più comodo credere che io sia vittima di un incantesimo, cioè schiavo inconsapevole di una forza esterna, aliena, non controllabile. Ma forse il fascino è tutto qui, in questa sottile sofferenza, sempre in chiaroscuro, sempre improvvisa. Una serie interminabile di piccoli vizi della mente, ingenui tentativi di restarsene al sicuro da ogni possibile cambiamento. Soltanto perché troneggia dentro di me questo senso di catastrofe incombente, un velo di disagio che cala davanti ai miei occhi e aderisce ermeticamente a ogni singolo lembo di pelle. Di conseguenza, la città s’infila negli spazi di questa rete di condizioni e pregiudizi e si mostra in funzione degli occhi di colui che la osserva. Chi brama conflitti, ne otterrà parecchi.

 

Durante la mia prima mattina a Manhattan mi sentivo già diverso, forse più grande, forse più freddo, addirittura più resistente alle influenze esterne. Dovunque volgessi lo sguardo, vedevo un’irrefrenabile tensione verso l’alto, esplosioni dinamiche e al contempo catturate per sempre, il gesto estremo di popoli lontani nel tempo e nello spazio che in un posto indefinito del passato hanno tentato di toccare il cielo per sapere cosa ci fosse davvero dietro. Ecco dunque lo smarrimento nel paese delle ombre e delle luci improvvise, nel regno delle correnti umane in movimento, dove tutto è permesso, nulla è concesso. Restai attonito e nient’altro, stordito dal senso d’impotenza e dall’inevitabile inerzia che mi spingeva in avanti e ancora in avanti, senza meta. Anche se mi sono sempre augurato di averne una. Così, tanto per non lasciare che il trascorrere del tempo apparisse sprecato. New York è una scacchiera rumorosa e inquietante, una scatola selvaggia piena di contraddizioni, di sorprese e di strazianti disperazioni. Gli opposti convivono l’uno a stretto contatto con l’altro, stridono e addirittura si toccano, e tutti fanno finta di nulla. Forse perché ci sono abituati o forse perché non saprebbero che altro fare. Tutti si sentono piccoli, ne sono certo. Però a un certo punto non si pongono più il problema dell’interazione: sono totalmente immersi in una realtà assestante e non si sentono mai sicuri di farne parte. Gli ordini orizzontale e verticale s’incastrano perfettamente, lasciando trasparire una atmosfera di predestinazione, di progresso certo e ascendente. Ma è proprio in quegli spazi ordinati e interstiziali che si consumano i drammi.

 

Cammino da solo lungo Lincoln Place e fingo di prestare attenzione all’eco dei miei passi. Il mio pensiero infreddolito si distende e s’incupisce. Di sera è più facile sentirsi rilassati, di conseguenza più tristi. Mi guardo intorno e il silenzio del quartiere striscia dolcemente attorno alla luce urbana arancio, ferma, senza tempo, quasi esistesse da sempre. Ogni volta ho l’impressione di trovarmi in un posto dimenticato da ogni memoria. Ombre scure e profonde, freddo intenso e tagliente. Voci lontane, confuse e indistinguibili. Tutte le sere sono di ritorno da un viaggio diverso, frustrato e incapace di lasciarmi attraversare dalle energie. Poi ci sono quelle strade lunghe e spesse. Mi chiedo dove portino, o se effettivamente finiscano da qualche parte.

La dittatura del verticalismo

View of Jersey City

A Union Square il mattino è sempre piuttosto grigio, anche quando il sole è di buon umore. I monolitici grattacieli dominano non solo lo spazio, ma anche l’altitudine e l’atmosfera. A quel punto è davvero difficile trovare un po’ di conforto, all’ombra della nebbia urbana, o sotto i contrasti esagerati fra l’arancione dell’alba appena maturata e l’antracite neutro del cemento armato. Nuvole d’individui assieme a una fiera di suoni cacofonici, soavi, raccapriccianti, scoraggianti, disagevoli, taglienti o riscaldanti. Un giorno, grandi e fieri passi verso l’orizzonte, testa alta e cuore impavido. Un altro giorno, occhi semiaperti e incedere stentato, raffiche di vento velenoso e la paura irrefrenabile che qualche gigante mi crolli addosso. Incontro gli sguardi dei viandanti che camminano in direzione opposta alla mia. Nei loro occhi ritrovo sempre tutto il coraggio e la sicurezza che sento d’aver perso. Qualsiasi battito di vita risuona nella mia mente come un’occasione persa, o magari non ancora persa, ma che presto perderò. Che cosa tiene New York così prepotentemente in vita? Il desiderio del possesso. Troppa gente che vuole possedere passeggia all’impazzata muovendosi fra negozi, banche, ristoranti e inquietanti vetrine abbandonate. Lo stridio dell’insoddisfazione è costante, irremovibile, a tal punto che si ha il dubbio che faccia parte del brodo primordiale. Un rumore di fondo violento come una tortura striscia lentamente fra un buco e l’altro e occupa quella piccolissima parte di pensiero rimasta ancora libera. Al posto degli alberi, fiamme d’ogni colore, ordinate e solenni. Probabilmente guardiani. I sentieri sono ora tessuti scompigliati dal vento, morbidamente tesi e poi contratti da correnti d’aria capricciose. Gli erbosi manti sono punti luminosi ascendenti che ritmicamente si alterano e schizzano all’improvviso verso l’alto, dove il buio si fa stratificato e si apre allo sguardo di sconosciuti osservatori. Vorrei muovermi fluttuando nell’aria in posizione orizzontale per non perdermi tutto ciò che succede lassù. Se ci rifletto anche soltanto per un istante, mi accorgo che non vi è alcuna distanza misurabile fra noi e la follia. Tutto si riduce a una questione di punti di vista. Allora cos’è che ci trae in salvo? Forse la paura. Ecco perché è così difficile imparare a non respingerla.

 

Mi piace la nebbia e ora ho la nebbia. Certo, l’inglese rende meglio il concetto, ma in sostanza il problema è una cronica mancanza d’idee. Ogni volta che si vuole raccontare una storia, si cerca la migliore storia da raccontare. Sto vagando in un giardino vuoto con le mani davanti agli occhi e non riesco a muoverle da lì. Non riesco a sentire nulla. Soltanto il mio respiro, a tratti, innaturalmente amplificato. Ogni tanto lampi di luce. Mi chiedo se esistano davvero e provo così a tracciare un’ideale linea di confine tra la mia immaginazione e la realtà. Forse non sono il primo. Servirebbe anche a me il saggio bruco tentatore che, oltre a fumare oppio, dispensa consigli da interpretare.

 

Nonostante avessi un biglietto di ritorno sin dal giorno in cui ho acquistato quello dell’andata, non credevo che alla fine lo avrei utilizzato. Mi sorprende il mio stato d’animo mentre passo in rassegna le mie memorie di questa città e le dico addio. Mi è piaciuta, ma non mi è piaciuta. Mi ha deluso, ma mi ha anche lasciato senza fiato. È restata distante eppure spesso ci siamo toccati con un dito. Dorme sempre, ma non dorme mai. È alta, ma spesso è anche bassa. Offre tanta libertà, ma a volte fa sentire prigionieri. Ci resterei ancora, ma non ci vivrei per sempre. Lei vive i suoi giorni, impassibile. Si copre di neve e resta indifferente alla gente appena arrivata e quella in procinto di andarsene. Raccoglie quotidianamente ogni singolo dolore, ogni singolo gesto, ogni singolo omicidio, gli abbracci, i saluti, le promesse, le scoperte, le morti, le scie delle automobili, tutte le luci che si spengono, tutte quelle che si accendono, i rifiuti, gli animali, gli studenti di cinema, gli attori, gli arrampicatori sociali, le madri e i padri, i sognatori, gli arrivisti e i traditori. Lascio tante storie, desideri e opportunità che probabilmente non ritorneranno. Continua a nevicare. Ormai per me la neve è come i grattacieli. Non sarei più capace di pensare a New York senza la neve. In questo freddo si congelano tanti stati d’animo restati finora a tacere perché ritenuti fuori luogo.

 

East River Bikeway

Sento già la mancanza dei viaggi in metropolitana. Ogni giorno mi accorgevo di quanto potesse essere sorprendente ritrovarsi in quell’orchestra di esemplari umani, diretti ovunque, quasi sempre impazienti, quasi sempre persi in qualche altro mondo, eppure terribilmente umani. C’era chi entrava nel vagone e umilmente raccontava la sua storia, consapevole, perfettamente consapevole che interessava a pochissimi. Eppure raccontava, raccontava, nella speranza di rimediare un dollaro o un panino. Senza pretese, richiudendosi la porta dietro di sé, ormai immune all’esercito d’indifferenze. C’era chi entrava nel vagone e cantava. Cantava occasioni perse e il desiderio di trovarne altre. C’era chi entrava nel vagone e ti consigliava di non credere in Dio, o magari di credere in un altro dio. C’era chi entrava nel vagone e accusava l’America, chi la rinnegava, chi si lamentava dell’intransigenza di New York. C’era chi entrava nel vagone e faceva acrobazie, saltando da una carrozza all’altra, muovendosi in quei labirinti con agilità, e si pensava che fossero nati lì. C’era chi nel treno ci viveva, di notte, di giorno. Il popolo dei senzatetto abita New York più di ogni altra etnia. Volti rassegnati che percorrono l’unico cammino che a stento gli sia stato concesso e affrontano le loro giornate con disinvoltura e filosofia, quasi una casa ce l’avessero davvero.

 

L’incessante tormenta non smette di urlare, là fuori. Un’inedita Brooklyn scompare progressivamente sotto il pennello della neve. A me non resta che osservare immobile, al di qua della finestra, la prepotenza delle suggestioni (che a volerle descrivere sarebbero troppe) e l’irrimediabile scorrere del tempo. Non ho trovato una risposta, probabilmente non sono venuto qua a cercarla. I luoghi sono concetti che vanno aldilà del potere umano (potere?). Ci manipolano, ci aiutano, ci respingono e ci puniscono. Il fuoco attrae irrimediabilmente, ma altrettanto irrimediabilmente lascia per sempre il segno. Una New York capricciosa, malvagia, terribilmente sensuale dischiude la sua corolla. Colori d’ogni sembianza danzano e inebriano, fino a ipnotizzare senza possibilità di ritorno gli ingenui che hanno bussato alla sua porta, ancora in ginocchio, ancora impauriti. Ancora speranzosi di ritrovare qualcosa che hanno perso. Ma cosa hanno perso? La dittatura del verticalismo, il regno dei giganti, dei cercatori, dei senzatetto. Il contenitore di tutto il grigio del mondo, il custode dell’eccesso, il dispensatore di opportunità, il distributore di false speranze, il depositario delle autentiche speranze, il tempio del passato, del presente, del futuro. Il labirinto dei luoghi comuni. Il rifugio dei disperati. L’inferno freddo dei disperati. L’illusione. La rivelazione. Lo scisma della volontà. Il paese dal quale non si ritorna. Il paese dal quale si fugge. Il paese dal quale ci si allontana e al quale ci si avvicina. Il guardiano dei sogni realizzabili. La catena di montaggio dei sogni irrealizzabili. Leggero e inconsistente, lascio che il vento mi trascini da una latitudine all’altra di questo cielo. E guardando la neve mi sento un po’ come lei, debole eppure forte. Caldo troppo caldo, eppure freddo. Senza contare, ho scelto la strada dell’oceano. Mi affido alla “inconsistenza” delle visioni. Ai sensi. New York non perdona. Accoglie gli avventurieri mentre uccide gli innocenti. Ti trasforma, ti lancia per aria e poi ti riafferra. Ti dà tutto, ti toglie tutto. Basta solo saperla prendere. Peccato che nessuno ci riesca.

8 pensieri su “New York City – La dittatura del verticalismo

  1. Queste riflessioni sono così forti, così descritte bene da scavare nella pelle, insinuarsi tra le vene e scorrere come sangue. Sono forti e vere, si sentono. New-York -e so che sto per dire un’impopolarità- non è mai stata nella mia top 5 di posti da vedere, ma neanche 10…diciamo che non è mai entrata in nessuna classifica mi riguardasse. Mi ha sempre dato l’impressione di essere per troppi e non per dei prescelti e nel mio egoismo ho sempre la smania di costruire un rapporto biunivoco con i posti in cui vado.
    Ma le tue parole, cavolo, le sento e forse, sento anche qualcosa di New York. Che fosse il principio di una possibile costruzione di dialogo?

    Un abbraccione, Zi!

    1. Ti ringrazio per aver letto con attenzione. A New York ci son stato per mesi e ho avuto modo di confrontarmi anche con gli aspetti meno piacevoli della città. L’ho amata e l’ho odiata, poi di nuovo amata. D’altronde e nell’abbraccio fra odio e amore che nascono le relazioni più significative. E hai detto bene: è stato il principio di una possibile costruzione di dialogo. Infatti non ho smesso di pensarci nemmeno per un istante e so che in qualche modo ci tornerò e ci resterò anche più a lungo.

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