Amsterdam – Passeggiate bidimensionali

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Ritornare al punto di partenza è sempre un ottimo modo per ricominciare a esplorare. La stazione centrale costituisce un riferimento troppo comodo perché sia messo da parte. Dalla disordinata scacchiera di partenze e arrivi, con la Centraal alle spalle, si decide spesso di puntare a Est e attraversare un’area tutto sommato rassicurante, poiché costellata di punti informazione, vagoni dei tram e gente che aspetta i vagoni dei tram. Scorrendo lungo i fiumi d’acqua e biciclette, arrivo all’altezza del Conservatorium van Amsterdam. Nonostante un sole bianchissimo già alto in cielo, il gelido aprile olandese è ormai veterano nella mia percezione. Il suo autunnale esercito non smette mai di vagare silenziosamente per le strade, di soffiare pennellate di uno strano acquerello ottanio, leggero, privo di prepotenza, ma sottilmente indelebile. A tal punto da piegarmi i sensi e convincermi che ad Amsterdam sia continuo crepuscolo, anche alle undici del mattino.

 

Ponte “Mr. J.J. van der Veldebrug”

Dal ponte Mr. J.J. van der Veldebrug scavalco gli sciami di ciclisti. Oltre le sagome di passeggini all’avanguardia, prendo mentalmente nota di un edificio verde rame che deforma l’orizzonte. Impossibile evitare lo sguardo del NEMO science museum, che Renzo Piano ha messo lì a guardia della baia e a comunicare agli sprovveduti come me che da quel punto in poi si estendono gli Oostelijk Havengebied (Bacini portuali orientali). Dal NEMO basta scendere verso la Prins Hendrikkade. Qui la giungla dei canali è sovrastata da cascate di auto in corsa, ma il rombo dei motori ad Amsterdam è infrequente, insolito e distonico. Inietta una certa sensazione d’isolamento, amplificata dall’ordine pressappoco inquietante dello scorrimento del traffico. Niente clacson. Niente finestrini abbassati cui si accompagnino imprecazioni. Niente sorpassi a destra. Caratteristiche disorientanti, se si viene dal Sud-Italia. Dopo una grande curva, la Hendrikkade diventa la Kattenburgestraat senza una reale soluzione di continuità. Se non fosse per l’Het Scheepvaartmuseum, il più grande museo al mondo dedicato alla navigazione, infilato come un pugnale nelle acque dell’Oosterdok.

Het Scheepvaartmuseum

Attira verso di sé i raggi del sole e una certa austerità lo rende segretamente spietato. Attraverso la strada, raggiungo la balaustra e mi affaccio verso le fondamenta sottacqua, che scompaiono fra sfumature negli abissi. Resto a fissare il riflesso della massiccia sagoma e quasi mi aspetto che all’improvviso emergano dei tentacoli. In un mezzogiorno secolare e lattiginoso, i fronti urbani paiono allontanarsi e solo poca gente attraversa di fretta il mio cono visivo. Continuo a guardarmi attorno e ho sempre l’impressione di essere proteso sull’oceano.

 

 

Kattenburgerstraat, edificio multifunzionale

La Kattenburgerstraat approda ai bacini orientali dopo aver tagliato a metà il triangolo di Kattenburg. Prima di superare le acque del Dijksgracht, più o meno all’altezza dell’incrocio con la Marinierskade, m’imbatto in un solitario palazzo antracite, le cui finestre rettangolari, tutte perfettamente uguali, costringono a un audace punto di fuga e mi piegano a una breve vertigine. Cerco di scrutare oltre le finestre per capire cosa succeda all’interno. Neanche l’ombra di un solo movimento. Mi rendo conto di essere osservato da una videocamera di sorveglianza.

Java-eiland, Piet Heinkade

In una gelida folata di vento, mi rimetto in cammino, attraverso il ponte e passo sotto il fascio di binari. I prospetti si raddrizzano, si colorano e raddoppiano la pelle. I semafori si drogano d’intermittenze e le vetrine di cappelli neri e bretelle marroni. Sono sulla Piet Heinkade e già percepisco un nordico odore di radical-chic e post-modernismo.

 

 

 

Java-eiland

Attraverso cinematograficamente una Amsterdam molto diversa. Silenziosa, semi-deserta, ma sempre piuttosto informale. Mentre passeggio, penso a come potessero essere i bacini orientali di un secolo prima. Costruiti a fine ‘800 per consentire alla città di gestire i traffici commerciali con le indie olandesi, caddero progressivamente in disuso durante gli anni ’70, per finire in uno stato di totale abbandono. Respiro a fondo l’aria freddissima e immagino gli edifici portuali in rovina, in uno scenario bluastro, spettrale, con giganteschi ganci da carico appesi e cigolanti che attraversano violenti raggi di luce provenienti da vetrate rotte. Lontano, allora come oggi, dal clangore del paese dei balocchi, sospeso sul Centrum e chiuso fra i bacini orientali e l’antico occidente della città. D’altronde fascino e complessità impongono sempre una condizione di conflitto.

John Ruskin diceva:

Se la bellezza sensibile è il carattere primario dell’architettura, i segni esteriori che il tempo naturale vi imprime portano l’edificio al suo pieno rigoglio. La natura e il suo svolgersi non si appropria di quell’edificio, non gli sottrae valore ma al contrario lo arricchisce con la patina del proprio tempo.”

Ricordo a me stesso di mettere a tacere le aspettative, per una volta.

 

Java-eiland

Dall’impeto epico mi lascio trasportare verso la Java-eiland, tuttavia mi sforzo di dimenticare la Amsterdam gotica che ho appena finito di immaginare. Il silenzio aumenta, la sensibilità delle mie dita diminuisce e i colori dei palazzi si entusiasmano. Sull’orizzonte urbano si staglia il risultato di una grande riqualificazione iniziata negli anni ’80: alcuni architetti danno i natali a un nuovo, gigantesco quartiere residenziale nel nome della riconversione e salvano dalla diaspora circa diecimila giovani famiglie in cerca di un appartamento a prezzi ragionevoli. Eppure i lineamenti del vecchio volto cittadino sono orgogliosamente onorati e lo sguardo si slancia verso possenti massicci, sparsi come titani in qualsiasi direzione. Questa è l’Olanda contemporanea: Amsterdam mette i tacchi ed io ci sono dentro fino al collo.

 

KNSM-eiland

C’è un certo rigore che divide e incornicia le cose, tradito soltanto dall’eccessiva permeabilità delle pareti e dalla totale assenza di tende dall’altra parte delle finestre. Le abitazioni se ne stanno lì, nude alla luce del sole e non lasciano nemmeno un dettaglio alla fantasia. Forse essere gezellig significa anche non avere nulla da nascondere o, semplicemente, guardare al concetto di privacy in un modo più alternativo. Si vedono i piani cucina, i tappeti, le gambe delle sedie e i lampadari, quasi tutti spenti. Ma nessun essere umano.

Java-eiland

Gli edifici sono abbracciati da grandi rettangoli di prato, peculiarità ricorrente in ogni isolato ed eloquente sintomo dell’importanza che i locali attribuiscono al tempo trascorso all’aperto e al concetto di aggregazione. Eppure, nessun essere umano.

Sono nel quartiere degli artisti, dei grandi professionisti, degli hipster ammaestrati e dei negozi Moleskine. Il crogiolo dei café e della vita notturna più esclusiva della capitale.  No, nessun essere umano.

 

KNSM-eiland, edificio residenziale

Cammino, cammino, eppure fatico a percepire la profondità dei luoghi. Ho l’impressione di avere davanti un enorme, bellissimo disegno d’avanguardia e di scorrergli accanto per tutta la sua lunghezza. Il freddo disperde, disordina le priorità e impone un ritmo. La metafisica sensazione di vuoto isolamento s’interrompe soltanto per un attimo quando scorgo un paio di scarponi lasciati ad arieggiare appena fuori da una porta.

Java-eiland

Giungo al capolinea sulla KNSM-eiland. Il cielo è nuvoloso e i colori freddi cominciano a flettersi verso il bianco e nero. Gli isolati si dilatano a dismisura e i canali si affacciano sui lunghissimi fronti delle altre isole. Così lunghi che viene da chiedersi se non ci sia soltanto Amsterdam sulla faccia della terra.

 

 

KNSM-eiland, Piraeus

Qui giace il Piraeus di Hans Kollhoff – uno dei manifesti della riqualificazione dei bacini orientali – che, come un serpente, si addormenta su se stesso formando quello che dall’alto sembrerebbe un otto. Nel cortile del Piraeus resto immobile per un po’ e mi lascio penetrare dal silenzio solido. Una folla di mattoni scuri accentua i contrasti e corre verso l’alto a disegnare ciò che facilmente sembrerebbe la sagoma di un gigantesco magazzino abitato, o meglio, abitabile. Emetto un verso senza senso, tanto per godere dell’eco di ritorno. Attiro l’attenzione di una passante, che mi si avvicina. Una ragazza bionda, naturalmente alta. Mi chiede chi sono, da dove vengo e che ci faccio lì. Le sembra strano che un turista si spinga così oltre. Oltre cosa? Le spiego di essere uno studente di architettura. Lei mi sorride e mi dice che ora le è tutto più chiaro. La guardo perplesso tirando un po’ le labbra. Ha ventotto anni e due figli, è ovviamente una graphic designer.

KNSM-eiland, Piraeus

Viene da Bedum, piccolo paese a nord di Groningen. Vive sulla KSNM-eiland da tre anni. Molto più economico rispetto al Centrum, dice. È per quello che i bacini orientali si sono ripopolati così velocemente, aggiunge. Cerco di spiegarle le sensazioni conflittuali che quel quartiere genera in me e che lo rendono in qualche modo affascinante. Non mi spingo troppo oltre per evitare che mi creda delirante e chiami la polizia. Le strade sono deserte soprattutto perché è orario di lavoro, ma molto probabilmente anche per colpa del freddo, che gli olandesi soffrono esattamente come gli altri esseri umani. Lei ci ride un po’ su, forse perché viene da un nord ancora più profondo. Non mi sento molto soddisfatto. Mi comunica che sta dando in affitto una stanza nel suo appartamento e mi consiglia di pensarci.

KNSM-eiland, Piraeus

Resto in silenzio e avverto disagio per un istante. Visto che ti piace, perché non vieni a vivere qui? È un posto ideale per gli architetti. Di conseguenza, penso, un incubo per me. Con i capelli chiarissimi e gli abiti scuri è in qualche modo il personaggio perfetto in quell’intorno di tempo e di spazio. Dopo esserci salutati, lei si volta verso nord e si allontana. Resto a fissarla per qualche secondo, per essere sicuro che sia reale e non si dissolva nell’aria. Poi le scatto una foto.

 

 

 

 

 

KNSM-eiland, vista su Rietlanden da Bogortuinparkstrand

Lancio un ultimo sguardo d’insieme a quella strana dimensione. Poi infilo di nuovo i guanti e mi dirigo verso il waterfront per intraprendere il cammino del ritorno. L’atmosfera è imbevuta di suoni acuti, sognanti, un po’ freddi e lontani, pieni di riverbero. La foschia è sempre là, si muove ovattata a guisa di medusa e sfuma cielo e terra. In corrispondenza della banchina c’è la rotaia di un vecchio binario, a ricordare i tragitti dei treni merci. Ci salgo su e procedo piede davanti a piede, come se fossi in equilibrio su una fune. Dopo qualche minuto mi fermo, mi volto e osservo ancora una volta i palazzi spenti. Il vento ulula e un brivido di freddo mi sfiora. Continuo nelle mie orecchie, il riverbero serpeggia fra le vuote e scure finestre. Comincio a convincermi che in realtà siano luoghi disabitati. Pensando alla ragazza, scompaio all’orizzonte.

 

 

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