La fantasia omicida e il mare ad aspettarmi

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Ricordo bene quel pezzo lì, accantonato, al quale devo semplicemente improvvisare un finale. Improvvisare poi, quale novità. Ricordo ancora quella domenica, era il 30 Ottobre. Ricordo bene che fosse domenica, non la data che sono andato appena a leggere, su. Insomma, era domenica e dovevo dormire. Dovevo, sì. Io sono tra quelli che “ma sai, prima ti svegli e più lunga è la giornata che hai davanti”. E lo rileggo con un tono tale che non mi appartiene, ma mi sono antipatico comunque. Beh, quel giorno lì c’era il cambio d’ora, contentino sia per il mio sonno, sia per la mia coerenza.

Illuso.

7.40 circa, sorridevo quasi. Poi immediatamente a chiedermi da dove provenisse quella sensazione che fortunatamente non ricordo… e che sollievo non aver risposte. Chissà se ne avevo allora, se sorrisi ancora, dopo. C’era il sole, o almeno pensavo ce ne fosse, tanto. Raggi d’azzurro filtravano dalla persiana. Il mal di stomaco mi insultava per la moto ferma e il mare, ai piedi di una torre, ad aspettarmi. Insomma, ero lì a fare i conti con la consapevolezza che il sonno non l’avrei più trovato quando all’improvviso sentii oscillare… tutto. O forse tremare, non so quale calzi meglio. Forse entrambi, insieme. Ero lì ad impormi di stare immobile ma qualcosa me lo impediva: il terremoto.

Il terremoto, oh. Nessuna paura, piuttosto un’irritante e confusa euforia, sì, conscio di poter raccontare di esser stato sveglio ad affrontare il nulla, mentre altrove qualcuno smetteva di raccontare per sempre. Mi alzai di scatto per spalancar la porta a cercar conferme nel lampadario: fu la gatta, però, a darmene per prima, guadandomi con occhi esageratamente aperti, le orecchie tese e la testa piegata di lato.

Buongiorno anche a te.

Il mare smise di aspettare, il sole si nascose, il mal di stomaco ascoltò con me il TG.

Norcia, fino a quel momento per me solo un ingrediente da scegliere su di una buona pizza, per qualcuno indispensabile, devastata.

Matteo, forse Francesco, quella notte aveva dormito poco. Nessun mal di stomaco, no, nessun tormento: Giulia, forse Martina, sulla Vespa si era aggrappata un po’ più forte, rideva più del solito. Solitamente schiva, sembrava pendere dalle sue labbra. Eppure aveva solo improvvisato un atteggiamento da menefreghista, fingendo di non notare i suoi nuovi occhiali, o magari quel paio di orribili orecchini: le stavano benissimo. Non pensava ad altro, doveva baciarla. L’avrebbe incontrata ancora quella sera, aveva già immaginato tutto: nulla poteva andare storto. Si sentiva invincibile.

Quando immaginai ciò, non sapevo non ci fossero vittime. Scosso, appunto, pensavo al finire dei sogni di chi guardava il soffitto sbagliato, o di chi sotto di esso ci dormiva sereno. Oggi so che Matteo, forse Francesco, quel giorno probabilmente incontrò Giulia, forse Martina. Magari non esattamente quel giorno, ma avranno avuto il loro momento, per fortuna.

A questo punto mi chiedo se sia il caso di improvvisare soltanto il finale o stravolgere tutto, a quel pezzo lì, accantonato. Però non so, ‘sti due mi stanno simpatici: son sopravvissuti non solo alla terribile scossa di terremoto, ma soprattutto alla mia fantasia omicida che li voleva impossibilitati nel provare a realizzare i propri sogni. Alzo bandiera bianca, a voi la scena.

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