Amsterdam – Vecchi balocchi urbani

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Amsterdam Centraal Station

Sta calando il sole mentre il treno riparte alle mie spalle. Un Aprile gelido si accovaccia sotto l’enorme volta della Centraal Station, che accoglie vento freddo, nomadi e turisti. Amsterdam mi stringe la mano con l’inganno del crepuscolo, i cui colori caldissimi si prendono gioco degli umani e li rendono ancor più sensibili alla diafana aria nordica. L’ultimo raggio di sole si aggrappa alla pelle della città proprio quando guadagno l’uscita e un guizzo di luce fa appena in tempo a disegnare i profili del Damrak fino a piazza Dam. Basta alzare lo sguardo per vederla ammiccare a quasi un chilometro di distanza.
Ho sentito dire che dal ‘700 non sia cambiato nulla. Qualcuno sostiene che in realtà ad Amsterdam sia ancora il ‘700. Una sedicente guida si propone addirittura di condurmi nell’appartamento dove – presumibilmente – si nasconde Rembrandt. A quel punto sono certo di essere nel posto giusto.

Beurs van Berlage

Mi metto in cammino verso il mio alloggio. Mentre percorro parte del Damrak, la narcisista Amsterdam mi si dichiara sinceramente e coglie l’occasione per tirar fuori dalla manica alcuni dei suoi svariati assi: le biciclette, i canali, le facciate inclinate degli edifici e la Beurs van Berlage.

Mi fermo più volte a osservare i prospetti e a godere della singolare sensazione che stiano per cadermi addosso. Raramente le facciate superano i 3 metri di larghezza, logica facilmente spiegabile se si pensa che, un tempo, gli edifici erano tassati proprio in base alla larghezza della loro facciata principale. Svolto a sinistra poco prima della Beurs. Occupa un intero isolato e ho l’impressione che lo faccia più o meno da sempre. Un tempo ospitava la Borsa, oggi è sede della Netherlands Philarmonic Orchestra e contenitore culturale di mostre ed eventi. In effetti succede spesso che le cose cambino ad Amsterdam e non sorprende sapere, ad esempio, che alcune chiese siano diventate dei club.

Red Light District

Varco la soglia del De Wallen (il red-light district della città), di cui naturalmente ho sentito parlare molto. Mi accade spesso di non fidarmi dei luoghi comuni e di cedere al mio istinto visionario, specialmente poco prima di entrare in contatto con luoghi la cui fama li ha già resi leggenda, prima ancora che potessi toccarli con mano. Avevo immaginato un quartiere dall’aria pulsante e invecchiata, nelle cui strade la lussuria guadagnasse la dignità di un sentimento e celasse sotto di sé ancora un certo oscuro intrigo dagli inaspettati e affascinanti sviluppi. Niente di tutto ciò.
Il quartiere a luci rosse è un semplice mercato di sesso a cielo aperto. Una lunga serie di vetrine illuminate di rosso dalle quali fa capolino un variegato universo di donne, che eseguono con automatica freddezza la quotidiana coreografia di saluti e ammiccamenti per attrarre la folla di clienti inebetiti. Mentre la gente sorride e l’inquinamento luminoso riempie di colori ogni singolo elemento architettonico, cedo a un’amara sensazione di surreale. A guardarli da lontano, i palazzi bucati dalle rosse vetrine dal primo all’ultimo piano sembrano case di bambole. Mi è difficile respingere l’impressione che, nel complesso, le donne in movimento dietro quei vetri siano in carne e ossa, e non tenute in funzione dallo stesso macabro meccanismo d’intermittenza che fa danzare le esagerate luci e le insegne animate. I palazzi fissano il loro sguardo sinistro sulla strada e scelgono volutamente di assomigliare al volto carnevalesco di un demone in bancarotta.
I labirinti della mia immaginazione si risolvono in un cumulo di fatali attrazioni da varietà. Ammetto a me stesso di essermi aspettato di più dal quartier generale del mestiere più antico del mondo.
Sono in Korte Niezel, sono quasi le diciannove, percepisco l’insistente presenza nell’aria di grandi quantità di accento inglese, molta gente è già ubriaca e un tipo con occhiali da sole spunta da un angolo e mi propone l’acquisto di una boccetta che, a suo parere, consentirebbe a un uomo di provare orgasmi multipli. Nel cuore del De Wallen e della prostituzione, una simile proposta disintegra la mia logica e mi costringe a intuire il patrimonio di sentimenti e contraddizioni che tiene in piedi il quartiere, di cui nessuno parla ma con cui tutti convivono. Soprattutto, non ho la minima idea di come trovare il mio alloggio.

Waag, Nieuwmarkt

Decido di entrare in un pub a caso, uno dei tantissimi, quasi inibito dal fatto che qui nulla s’incastri ma tutto funzioni. Penombra, poca gente e un uomo di mezza età che mi si avvicina. Si presenta come il proprietario del locale, parla un inglese impeccabile, ha capito immediatamente che sono straniero e mi accompagna al bancone, illuminatissimo rispetto al resto della stanza e pieno di tappi di bottiglia infilati nel piano di legno. Mi presenta la moglie e l’ex-moglie, con le quali gestisce il pub, e mi chiede se è la prima volta in città. Mi chiede anche se sono greco. Mi dice che gli sono simpatico. Impensierito dalla strana confidenza e dagli sforzi di fornirmi una sorta di orientamento di benvenuto, chiedo una birra e non smetto di sentirmi a disagio. Accompagno il boccale alle labbra e penso a tutte le volte in cui ho desiderato venire ad Amsterdam. D’altronde mi trovo nel bel mezzo di un processo di sospensione dell’incredulità, al termine del quale sarò presumibilmente in grado di destreggiarmi per tutta la durata della mia permanenza. L’uomo si assicura che io sappia già del quartiere in cui mi trovo e mi racconta alcune “curiosità” delle quali non ero informato: le prostitute affittano regolarmente le loro vetrine, pagano le tasse e hanno addirittura un sindacato; nessuna di loro concede mai rapporti non protetti; molte sono studentesse che hanno così scelto di sbarcare il lunario e affrontare le spese; ogni vetrina ha le sue luci rosse e il suo pulsantino magico da premere nel caso in cui il cliente decida di trasgredire e di abbandonarsi agli eccessi – a quel punto resterebbe solo da contare i minuti prima dell’arrivo della polizia. Chiedo al proprietario un aiuto per riuscire a rintracciare l’indirizzo del mio appartamento. Mi accompagna all’esterno del locale e mi spiega il percorso: ci sono vicino. Mentre mi congedo e lo ringrazio per l’inaspettata disponibilità, mi chiede di affacciarmi assieme a lui all’angolo della strada. Indica un punto oltre il canale. A più di cinquecento metri di distanza, individuo fra i fasci di luce la sagoma di un imponente e oscuro edificio gotico: è la Oude Kerk (Chiesa Vecchia). Il quartiere a luci rosse, culla del turismo della perdizione e traffico frastagliato di anime alla deriva, pulsa e muove le sue membra all’ombra e sotto la solenne sorveglianza della chiesa più antica della città. Mentre mi allontano, l’oste mi saluta sorridendo. “Benvenuto ad Amsterdam”, sussurra.

 

 

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