STOKES CROFT: il volto struccato di Bristol

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Stokes Croft è una vera e propria dichiarazione. Nuda galleria alla luce del sole che se ne frega delle bibliografie e lascia intendere con chi si ha a che fare quando si passa da lì. Succede un po’ tutto, cose che piacciono e cose che non piacciono.

 

Stokes Croft non si evita: spalmato a Nord della città di Bristol, come molti altri quartieri ha legato la sua corda di salvataggio alla rotonda di Haymarket (il BearPit, per intenderci), il centro vero, in cui puntare il compasso, in cui la gente arriva e da cui se ne va.

Tutto inizia con l’Attic e il Full Moon, subito oltre l’edificio-ponte che fa piegare la testa per un attimo, prima del vero palcoscenico: senzatetto, caffetterie hipster, negozi di abbigliamento vintage, pop-up shops, mostre (es)temporanee d’arte, birrerie, club, ostelli, gente che dipinge i muri, il cristo che balla la break-dance, le biciclette. La famigerata biforcazione: a sinistra verso Gloucester Road, la strada con il maggior numero di negozi indipendenti di tutto il Regno Unito; a destra verso St. Paul e Easton, i quartieri popolari, quelli che – la gente dice – fanno paura. E si sa che più si ha paura, più la paura prende forma. Anche senza motivo.

Stokes Croft è la nutrice degli emarginati e accoglie fra le sue braccia e i suoi seni i locali più celebri di Bristol, quelli che hanno accarezzato le vergini corde e le pelli ancora lisce dei Massive Attack o dei Portishead, quando ancora non scalavano le classifiche, ma i gradini dei palchi degli open mic, probabilmente sognatori, più probabilmente ubriachi.

C’è il jazz, il folk, i dj sets di musica elettronica, il reggae, i cineforum nei magazzini dei pub, le jam sessions sui marciapiedi, i tavoli da ping-pong, i ristoranti vegani. Guarda un po’, c’è anche Mild Mild West di Banksy: un orsacchiotto che lancia una molotov ai poliziotti antisommossa.

 

Stokes Croft è ruffiana. Centinaia di persone l’hanno messa nelle loro canzoni, nelle loro foto e nei loro disegni. Ne avranno parlato mentre organizzavano una rapina o mentre decidevano dove andare ad abitare, mentre scendevano da un taxi credendo di essere ad Amsterdam, mentre sorridevano e gentilmente negavano o regalavano spiccioli ai quotidiani richiedenti, mentre dichiaravano i loro amori destinati a scomparire al sorgere del sole e al tramontare della disinibizione.

Ne parlava molto un tipo che incontravo là tutte le volte che ci passavo. Era sempre seduto a suonare la chitarra, poco oltre il Canteen. Se si accorgeva che ti eri fermato ad ascoltarlo, lui smetteva di suonare, ti chiedeva di avvicinarsi e cominciava a parlare con l’accento di Bristol di quanto gli mancasse la moglie che lo aveva cacciato da casa, di quanto ingiusto fosse il mondo e di quando si era fatto tatuare la faccia di Joe Strummer sulla chiappa destra. Molte volte parlava della Stokes Croft di vent’anni prima, quando la diversità e l’avanguardia non erano ancora arte, ma embrionale guerriglia, quando la storia era ancora una larva in forma d’attualità. Di tanto in tanto indicava portoni e finestre lungo la strada, citando i nomi di chi aveva abitato quelle case, probabilmente in un’altra epoca. Poi prendeva dal cappello gli spiccioli rimediati e si offriva di pagarti una birra.

 

Stokes Croft è un magnete a forma di quartiere. Il posto in cui tutti vanno quando non si può andare in nessun altro posto. Per due evidenti ragioni: ci sono off-licence aperti anche nel cuore della notte, vale a dire ancora birra e ancora sigarette, indispensabili per raccogliere energie e prolungare la ricerca dei propri antieroi preferiti o dei partigiani della notte con cui intrattenere conversazioni sul senso della vita e della speranza, o sul destino del drum‘n’bass; ci sono i venditori di kebab, burgers, cheesy chips, qualsiasi cibo che ammortizzi i violenti e inevitabili colpi della fame chimica.

Stokes Croft è una contraddizione allegorica. Cosa ci fa l’area più politicamente scorretta della città proprio nell’imbuto urbano, a pochi passi dal suo distretto commerciale più importante? Semplice: la mantiene in vita. Pur combattendo a distanza con i capricci indie dell’Harbourside, pur scimmiottando i luccichii viveur di Clifton, pur condannando gli autoreferenziali eccessi di Park Street, pur deridendo la promiscuità di Old Market, Stokes Croft resta indomita periferia in pieno centro. Con i suoi numerosi punti di riferimento, autodissolventi dopo il tramonto, introduce alla vera fisionomia della controcultura, alla stratificazione della città e ai suoi aspetti più visionari. È il luogo dei mostri, degli angeli, dei disperati, dei buoni e dei magnanimi; fa da confessionale a peccatori occasionali o recidivi che non hanno ancora ottenuto l’assoluzione. È la più spettacolare mise-en-scène dei disturbi di personalità di Bristol. Un luogo dove un cantautore in cerca di fortuna incontra un produttore che diventerà il suo amante, mentre un impiegato di banca arriva al lavoro in skateboard. Un luogo dove i raggi del sole pomeridiano – quando presente – illuminano un gruppo di buskers seduti in cerchio a preparare il loro prossimo spettacolo. Un luogo dove andare spesso a passeggiare, a sedersi, a osservare tutti gli anni del passato, del presente e del futuro che risiedono sotto gli spillatori, appena oltre le penombre delle finestre chiuse, sui cornicioni degli edifici abbandonati, negli occhi degli squatters; soprattutto in quell’agrodolce sapore di anarchia appena accennata, che non è disordine, bensì silenziosa dimora sovrana di tutti i sentimenti della gente sino a ora repressi o espressi.

Nuovi graffiti coprono periodicamente quelli vecchi, ma a Stokes Croft i segni si conservano sempre. Siano essi incontri, proteste, installazioni o urina agli angoli della strada; i pennelli di artisti e trovatori di passaggio, emergenti o semplicemente in cerca di una pace che non troveranno mai.

Ormai all’alba, mentre mantelli di pioggia nebulizzata si adagiano sulle fronti dei pionieri addormentati e degli ultimi superstiti in cerca di un senso di dimora, i più fortunati non devono risalire Gloucester Road, ma tornare indietro verso la rotonda di Haymarket. Si può decidere se attraversare qualche incrocio reso metafisico dal rosso dei semafori e da entità che a volte paiono nebbia, a volte fumo di sigaretta mischiato al fiato di grandi animali fiabeschi. Oppure si può decidere di accorciare il cammino e scendere e attraversare le gallerie del Bearpit. Io scendo. Mentre cerco istintivamente di evitare un affollamento, materializzatosi improvvisamente in uno dei sottopassaggi, mi sento brevemente inseguito da un’esclamazione di lamentela e di offesa, che mi fa riflettere su me stesso e non su chi ho appena tentato di evitare: ”We’re no(t) tha(t) scary, ma(te)!”.

Risalgo, mi guardo alle spalle e proseguo lungo il marciapiede di Primark. Con Stokes Croft alle spalle, le cuffie auricolari nelle orecchie e un sottile senso di malinconia, decido di andare a dormire.

 

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