L’inizio del “sogno che divenne realtà”

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Luci abbaglianti. Caos. Tante macchine gialle. Fumi inspiegabili. Una foresta nella metropoli. Il Natale dei miei sogni. I film.

Per chi non lo avesse capito, siamo a New York City amici! Eh si, è una meta sin troppo scontata, certamente, non vi contraddico. Ma sapete che c’è?! Chissenefrega. Si, mi piace essere scontata alle volte. Il mio colore preferito è il rosa, amo le principesse Disney, piango per i film romantici, proprio da brava femminuccia che si rispetti e si… si, ho atteso New York per una vita. Me la son sudata, me la sono guadagnata. E ci sono andata. Sapete, non basterà una sola puntata per racchiudere 15 giorni nella Big Apple. Siamo quindi al primo round. Non so quanti capitoli le dedicherò, ma spero di poter far cambiare idea a chiunque pensi “Ma NY è solo grattacieli, cavolo!”.  Credetemi, è più scontata questa affermazione di tutto quanto il mio mondo rosa/fatato/femminuccesco.

Siamo nel settembre 2016. Dopo un’estate infernale. Non avevo visto il mare quasi per niente quell’estate. Avevo fatto un lavoro che avevo odiato profondamente e nutrivo un disperato bisogno di viaggio. Ma non di un semplice viaggio, non un weekend, non un paio d’ore d’aereo al massimo. Avevo bisogno di valicare nuovi confini. E quale modo migliore per accontentarmi, se non spingermi oltre oceano?! Seguirono così forsennate ricerche su Skyscanner, giorno e notte, h24. Non trovai nulla. I prezzi erano troppo alti. Avrei consumato il 90% dei miei risparmi solo per raggiungere la meta. Lì, avrei fatto la fame. Seguirono forti momenti di depressione. Depressione. E poi… Galeotto fu quel volo Emirates da Milano. Così economico. Così attraente. Così emozionante. È così che succedono le cose più belle, quando non ci pensi affatto. Non sai nemmeno come e stai già cliccando “Paga ora”. Da lì, solo tre mesi mi dividevano dalla partenza. Cosa devo fare? Devo fare il passaporto, l’ESTA, comprare una valigia, dei maglioni pesanti, prenotare il treno per Milano… Ah. E cercare un alloggio. Caspita, cercare un alloggio nella Grande Mela. Mica è semplice, eh. Manhattan è super cara, gli hotel non si possono neanche sognare, le recensioni poi…  E poi, arriva Airbnb. Innanzi tutto, un applauso all’inventore di Airbnb, forza. Questa si che è una vera esperienza da viaggiatore, pensavo. Ed infatti, lo è. Non hai il servizio in camera, la cameriera giornalmente, la colazione dalle 7 alle 10, la cassaforte, il frigo personale e il bagno lindo e pinto tutto per te. No. Qui ci trovi gente di tutto il mondo, che ti mette la sua stanza libera a disposizione e condivide con te ciò che è suo. Era questo il viaggio che volevo fare. Volevo avere coinquilini del posto, una casa americana e l’assoluta incertezza di cosa avrei trovato davanti a me una volta aperta la porta.

Ed eccomi a Brooklyn, Cortelyou Road, a casa di Patrick e Jamie. Una coppia di artisti made in Brooklyn: lei attrice, lui musicista. Dividevano l’appartamento con Tyler, deejay, anche lui di Brooklyn, e i loro due gatti. Esperienza bizzarra. La camera conteneva appena le valige, oltre il letto. Una semplice cassettiera, nessun appendi abiti e una finestra senza blocco. Separata dal resto della casa dal pianerottolo delle scale del palazzo. Cucinino molto piccolo, senza tavolo (gli americani non mangiano a tavola, stando a quanto ci hanno detto. Preparano la ciotola col cibo e la portano nella loro stanza. Mah, forse i giovani artisti indaffarati, penso io.), attaccato alla camera di Tyler, timido e introverso, che non amava molto il baccano di pentole e fornelli. I gatti molto carini e simpatici. Alle volte eri lì, che tagliavi la cipolla e poof, ecco un gatto sul tavolo. Erano soliti farsi trovare nei posti più assurdi. Tipo nel bagno, in piena notte, a dormire indisturbati sulla pila di asciugamani puliti. Beh insomma, il posto perfetto.  Vado a dormire. Ancora non ci credo. Sono a New York. Sveglia impostata per le 7. Cavolo, non voglio dormire. Non vedo l’ora di svegliarmi il giorno del mio primo giorno.

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